L’avanguardia architettonica a Napoli
di Fabio Salatiello
Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80 Aldo Loris Rossi ha progettato alcune tra le opere più interessanti del panorama architettonico napoletano. Sono manufatti che rinunciano deliberatamente ad ogni tentativo di ambientamento e di imitazione degli edifici del contesto in cui si trovano, espressione di una ricerca figurativa e spaziale che trova le sue radici nell’espressionismo pittorico di Kandinsky e nell’architettura organica di Wright, nel costruttivismo e nel neoplasticismo, in quei movimenti cioè che in Italia hanno trovato un territorio tradizionalmente ostile. Forse è per questo che il suo lavoro è stato maggiormente apprezzato fuori dalla penisola, e soprattutto qui al sud non ha ricevuto l’attenzione che meritava.
Negli anni ’60 l’architetto e urbanista napoletano aderisce alle ricerche sulle utopie megastrutturaliste, e più in generale alle correnti che proponevano un superamento dell’architettura razionalista, considerata troppo legata alle mitologie del rapporto forma-funzione e dei volumi elementari chiusi. Contemporaneamente si schiera contro gli atteggiamenti di riproposizione degli elementi formali o tipologici ripresi dalla storia, che a partire dalla fine degli anni ’70 per oltre un decennio interessano il lavoro degli architetti accademici.
Sua è la proposta choc sul recupero del centro storico di Napoli, che contempla la demolizione di gran parte degli edifici realizzati tra il secondo dopoguerra e gli anni sessanta, “spazzatura edilizia, per giunta costruita senza che si tenesse conto dei criteri antisismici, perché sono di epoca successiva. Penso ad esempio ad alcuni palazzi di Forcella.” Rossi predilige le geometrie basate sul cerchio, declinandole con operazioni di unione, sottrazione, intersezione. Attraverso la tecnica dell’accumulazione e l’aleatorietà dell’imprevisto riesce a strappare episodi aggressivi e spettacolari. Una molteplicità di segni e di volumi si ancorano alla struttura portante centrale come rami ad un albero. Sistematicamente è abbandonata la tradizionale impostazione a scatola degli edifici, per privilegiare il loro rapporto con il paesaggio. La vita e l’esistenza diventano gli elementi fondanti del processo progettuale, che in tal modo diventa ricerca sul dinamismo delle forme.
L’edificio per abitazioni in Via San Giacomo dei Capri del 1966 si trova ai margini del Rione Alto, occupando una porzione triangolare del lotto di pertinenza. Il lato interno del triangolo è reso concavo per configurare una piazza interna. Gli angoli dell’edificio sono esaltati non solo dalla geometria triangolare ma anche dal trattamento dei materiali. Quello che vediamo salendo da Via S. Giacomo è un elemento verticale vetrato che collega 6 degli 8 piani del fabbricato, interrompendo la scansione orizzontale dei terrazzi che caratterizzano con forme sempre diverse le facciate. Il rivestimento esterno è costituito da piastrelle scanalate di clinker azzurro e lastre di peperino. Tutte le parti in cemento armato sono lasciate a facciavista o martellinate.
Dello stesso anno è il complesso parrocchiale di Santa Maria della Libera a Portici, molto vicino al confine con Napoli. L’organizzazione spaziale nasce dall’interferenza fra matrici geometriche a espansione polare. Curata fin nel dettaglio l’elegante torre campanaria. Un passaggio aereo collega l’edificio della chiesa con quello delle strutture di servizio.

Edificio residenziale in via S. Giacomo dei Capri
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L’edificio dei servizi sociali per i lavoratori portuali del porto di Napoli (1968-1980), conosciuto anche come Casa del Portuale, intende proporsi come frammento della nuova metropoli. Dodici cilindri cavi, corrispondenti ai collegamenti verticali, costituiscono i nuclei strutturali dai quali aggettano le piattaforme contenenti le singole funzioni. « Lo squallido, degradato contesto litoraneo di Calata della Marinella, privo di parametri creativamente significativi, viene animato da un oggetto pionieristico, spettacolare, eversivo, che sembra reclamare un riscatto ambientale. Vi si accumulano etimi eterogenei del bricolage pop, del non-finito, del ruinismo, dell’action-architecture» (B. Zevi).
L’unità urbana a servizi integrati ai Ponti Rossi del 1979, denominata anche ‘Piazza Grande’, è un complesso introverso, separato dall’esterno ma colloquiante con un rilievo geografico preesistente. Un segno forte, a scala urbana, di impianto circolare, che l’architetto stesso dichiara essergli derivato dai grandi complessi settecenteschi di Bath, racchiude un habitat fatto di giardini pensili, attrezzature per lo sport e lo svago, rampe e ponti che invitano a scoprire il valore dello spazio fra gli interstizi volumetrici. Le infrastrutture verticali (scale, ascensori, montacarichi, reti impiantistiche) sono evidenziate nelle torri residenziali, di 36 m di altezza, disposte secondo una configurazione stellare.
Purtroppo i volumi destinati ai servizi inizialmente previsti (asilo nido, scuola materna ed elementare, sala polifunzionale) sono stati fagocitati dalle logiche privatistiche del mercato immobiliare che ne ha fatti ulteriori residenze. Il complesso ha vinto nel 1989, anno del completamento dei lavori, il premio In/Arch.

Unità urbana a servizi integrati
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Webgrafia
http://web.tiscali.it/aldolorisrossi/ (Aldo Loris Rossi, dello stesso autore dell’articolo)
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