Un’evoluzione urbana di quasi tremila anni
di Fabio Salatiello
Fu dai Greci di Cuma che partì l’iniziativa di occupare quel territorio al quale fu originariamente dato il nome di Partenope, comprendente una collina a strapiombo sul mare (Pizzofalcone), la sottostante pianura e l’isolotto di Megaride, sul quale successivamente sarebbe stato eretto il Castel dell’Ovo. Quando poi tra il V ed il IV sec. a.C., per la sopravvenuta insorgenza di nuove esigenze abitative e commerciali, quest’area divenne insufficiente, i coloni fondarono Napoli (Neapolis: nuova città) e Partenope assunse il nome di Palepoli (Palaepolis: vecchia città). Col tempo poi le due aree si riunirono sotto l’unica denominazione di Napoli.
Il centro antico della città conserva ancora le caratteristiche della pianta ippodamea: la divisione longitudinale del territorio, realizzata attraverso la creazione di tre vie parallele (in epoca romana denominate decumano superiore, maggiore ed inferiore), incrociate da una fitta serie di strade più strette (cardina).
Le alte mura che proteggevano la città greca non la salvarono nel 326 a.C. dall’occupazione romana. Ma Roma non volle reprimere la grecità dell’antica colonia cumana. La città, come farà poi in tutta la sua storia a venire, conobbe la cultura del popolo che l’aveva conquistata, ma non la sostituì alla propria: la assorbì combinandola con quella delle sue radici, dando vita ad usanze, riti civili e religiosi, espressioni artistiche autonome ed originali.
I viaggiatori stranieri del Settecento e dell’Ottocento, nei loro resoconti, hanno lasciato di Napoli un’immagine al contempo stupenda e mostruosa. Stupenda, quando si è tradotta in una magistrale rappresentazione delle bellezze naturali e culturali, dei colori e del carattere vivace dei suoi abitanti. Mostruosa, quando a tale immagine essi hanno unita quella di un’umanità pigra, furba, sporca e rumorosa.
Sulla città antica si è continuato a costruire in tutte le epoche successive, facendo del nucleo antico della città un cuore vivo e pulsante. Contaminazioni e stratificazioni di stili e di epoche invadono tutti gli angoli, riunificati in una rielaborazione suggestiva ed originale.
Una forma urbis, quella di Napoli, in cui emerge una inosservanza perpetua nei confronti dell’ostinata volontà di disegno e di ordine precostituito, agevolata dall’accidentata orografia. Tale indisponibilità alla pianificazione ha restituito comunque alla città una imprevedibile ed affascinante enigmaticità strutturale capace di caratterizzarla attraverso la plurima coesistenza di sistemi compositivi tra loro fortemente disomogenei. Dopo il chiaro e netto tracciato ortogonale della città di fondazione, tutte le successive espansioni si sono attuate secondo una disordinata crescita avvenuta per germinazione spontanea. Pochi sono stati i piani di ampliamento avvenuti secondo una precisa cultura del progetto urbano: l’espansione angioina nell’area del Carmine, quella voluta nella prima metà del sedicesimo secolo, dal vicerè Don Pedro da Toledo con la realizzazione dell’omonima strada a servizio dei nuovi quartieri spagnoli e, nella seconda metà del XIX secolo, il piano di Risanamento attuato con parziali sventramenti del tessuto urbano e la conseguente apertura della strada detta il “Rettifilo”. Si tratta comunque, nella complessa evoluzione storica urbana, di rari episodi di pianificazione, più o meno ragionata, che nulla hanno potuto nei confronti della capacità trasformativa esercitata dalle singole architetture che, in definitiva, hanno finito per costruire, attraverso la loro lenta aggregazione, la città partenopea. Ciò ha generato nei casi peggiori movimenti di crescita incontrollati ed in ogni direzione, specie negli anni della ricostruzione postbellica quando un’intensa attività di affaristica speculazione edilizia ha compromesso seriamente l’immagine ambientale e l’equilibrio urbano della città.
Le iniziative architettoniche prebelliche di più ampio respiro sono di epoca fascista: la risistemazione del Rione Carità nel centro storico della città, attuato attraverso traumatiche demolizioni del tessuto urbano storicamente configurato, e la realizzazione nel nuovo quartiere fieristico di Fuorigrotta della “Mostra delle Terre Italiane d’Oltremare”. Vi si afferma una nuova tendenza progettuale modernista e razionalista, diversamente declinata dai diversi architetti coinvolti.
I decenni della ricostruzione sono, come detto, anni di anarchia edilizia. La pianificazione e l’edificazione regolata da logiche di sviluppo futuro della città investono i campi delle infrastrutture e dell’edilizia economica e popolare. L’espansione demografica e le ulteriori emergenze determinate dal terremoto del 1980 investono l’attività edilizia degli ultimi decenni, quando la saturazione del territorio impone un ripensamento delle tradizionali logiche di espansione urbana in favore del riuso e della trasformazione dell’esistente in direzione di più attuali esigenze formali e funzionali.
