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Il giardino della memoria. Progetto per una necropoli contemporanea

Anne et Patrick Poirier

a cura di Gaspare Luigi Marcone

dal 03.04.11 al 23.05.11


Il giardino della memoria è l’ultima monumentale opera di Anne e Patrick Poirier: è il progetto per una “necropoli contemporanea”, un cimitero come opera d’arte, ideato dagli artisti francesi per il comune di Gorgonzola (Milano). L’opera è quasi la sintesi delle ricerche dei Poirier che da circa quarant’anni riflettono sull’idea della memoria usando materiali e soluzioni formali eterogenee: calchi, erbarî, fotografie, installazioni architettoniche di utopiche città o di siti archeologici visitati durante numerosi viaggi. Gli artisti analizzano la fragilità della cultura e dell’arte minacciate dal trascorrere del tempo e dalla storia.

Il nuovo cimitero di Gorgonzola sarà un giardino, un nuovo Eden, felice luogo d’incontro tra i vivi e i loro cari, avrà una superficie di oltre 16.000 m2 , e sorgerà in un’area verde ancora più estesa; la planimetria avrà la forma di foglia di quercia, pianta che simboleggia forza ed eternità e le sue radici, il tronco e i rami rappresentano rispettivamente il mondo sotterraneo, il mondo terreno e il mondo ultraterreno. Le venature della foglia si trasformano nei viali del cimitero, ognuno dei quali avrà il nome di una costellazione; il viale principale, la Via Lattea, in asse con un anfiteatro per commemorazioni pubbliche, sarà costeggiato da piante e verdi colline che proteggeranno e occulteranno le sepolture disposte nelle zone più periferiche del monumento. Alcune di queste colline potranno diventare sepolture private, riprendendo la struttura degli antichi ipogei italici.

L’ingresso avrà la forma di un enorme arco di cerchio (12,50 x 81 metri) realizzato con tessere vitree di Murano di colore blu intervallate da inserti dorati per simboleggiare una spettacolare volta celeste. Il cancello d’entrata avrà la scritta dorata “anima mundi”. L’arco d’ingresso ospiterà, oltre ai luoghi logistici, anche una cappella a forma di nave rovesciata, candida struttura bianca con un taglio di luce sul soffitto; un luogo laico, senza simboli religiosi caratteristici, che oltre ad esplicare la cultura “illuminista” degli artisti, esprime il comune destino di tutti gli uomini davanti al mistero della morte. Sulle pareti vi saranno nomi dorati di pensatori che hanno meditato sul mistero divino.
Oltre alle sue qualità estetiche Il giardino della memoria soddisfa tutti i requisiti tecnici richiesti dalla committenza comunale, e potrà diventare un simbolo positivo di “edificio pubblico”.

In mostra al museo MADRE si potranno ammirare disegni, plastici e le planimetrie del monumento, oltre ad un’installazione site specific di neon blu che riprendono i nomi delle costellazioni che denominano i viali del giardino.

Anne e Patrick Poirier nascono rispettivamente a Marsiglia e Nantes nel 1941 e 1942; si formano all’École nationale supérieure des Arts décoratifs di Parigi (1963-66) e vincono il Grand Prix de Rome soggiornando a Villa Medici (1967-71). Hanno partecipato alle più importanti manifestazioni artistiche contemporanee come la Biennale di Venezia (1976, 1980, 1984) e Documenta di Kassel (1977), esponendo in prestigiosi musei internazionali come il Centre Pompidou di Parigi, il MU.MO.K di Vienna, il Getty Center di Los Angeles e il M.o.M.A di New York.

Orario: dal lunedì alla domenica ore 10.30 – 14.30
Giorno di chiusura: martedì

Biglietti: Intero euro 7.00 – Ridotto euro 3.50
Gratuito tutti i lunedì
Audioguide: euro 4.50

Fonte: http://www.museomadre.it/

Luigi Cosenza

Il più europeo degli architetti napoletani
di Fabio Salatiello

In un territorio storicamente ostile alla ricerca architettonica sovranazionale, l’opera di Luigi Cosenza, il più europeo degli architetti napoletani, desta quasi sospetto. Potremmo dire di più: fa scalpore, considerato anche l’ambito culturale in cui esordisce, dominato dalla retorica del regime e ottusamente ripiegato sulla rincorsa all’espressione dell’”italianità”. Con una impostazione culturale illuminista e ingegneristica, Cosenza trova un’espressione compiuta del suo pensiero nell’architettura razionalista che negli stessi anni si stava affermando come linguaggio nei Paesi d’oltralpe. Ma il linguaggio rimane per lui soltanto uno strumento nè rigoroso nè tantomeno astrattamente coerente, ponendo invece l’accento sulla finalità dell’architettura, che permeandosi di forti valenze ideologiche, vuole innalzare la condizione dell’uomo.

Questa impostazione è evidente soprattutto nella sua opera più importante, la fabbrica Olivetti a Pozzuoli del 1954, tentativo certamente riuscito di realizzare un fabbricato industriale che andasse oltre la logica del contenitore per la produzione, ma che si configurasse come un frammento urbano che potesse soddisfare anche le istanze psicologiche del lavoratore e innalzarlo da ingranaggio a individuo, e da individuo a cittadino.

L’edificio segue una logica disunitaria di smembramento delle parti funzionali, innervandosi su un sistema a croce, evidentemente ricavato dall’edificio per il Bauhaus di Gropius, in relazione con gli altri momenti del ciclo produttivo. Il sistema, strutturato con pilastri circolari sempre ben visibili, è ideale per i futuri ampliamenti (che sono avvenuti fino agli anni ’70), per l’inserimento di spazi di relazione, delle corti e del verde (per il cui disegno è chiamato il paesaggista Pietro Porcinai), per l’adeguamento alle caratteristiche orografiche del sito, per minimizzare l’impatto in un contesto paesaggistico rilevante, per mediare tra interno ed esterno con elementi di filtro porticati.

Immediatamente successivo è la Facoltà di Ingegneria a Fuorigrotta, che infatti ne riprende l’impostazione progettuale, con l’aggiunta questa volta di corpi su strada maggiormente definiti ma non abbastanza da generare vere e proprie facciate, e di una torre il cui arretramento rispetto al filo delle strade vuole migliorarne la visione e sottolinearne così il ruolo di riferimento urbano. Il sito non è più un pezzo di paesaggio come a Pozzuoli, ma un pezzo di città. Ma la torre non è il vero cuore dell’impianto, dal momento che in posizione centrale l’ingegnere partenopeo pone la corte con giardino ribassato.

Ancor più che a Pozzuoli la geometria ortogonale è solo apparente, giacchè le leggere rotazioni presenti soprattutto in pianta mitigano la rigidità e la ripetitività dell’angolo retto.

Il razionalismo di Cosenza è sempre adattabile ai luoghi e alle circostanze dei progetti, non trascura gli aspetti psicologici e ambientali. In questo senso si avvicina alla lezione organica, come stava avvenendo nello stesso periodo nel nord Europa grazie principalmente all’opera di Aalto.

In Villa Oro (1934-1937), in collaborazione con l’architetto austriaco Bernard Rudofsky, il razionalismo è declinato con le inflessioni dialettali delle architetture delle zone di mare. I volumi qui sono chiusi,ad eccezione delle terrazze, ma ugualmente variamente articolati e giustapposti, con rotazioni che oltre ad adeguarsi alle curve del promontorio di Posillipo, aprono viste differenti sul paesaggio costiero.

Ancora rilevante è la sua attività di urbanista e di progettista di significativi insediamenti di edilizia popolare (Poggioreale, Capodichino, Barra, Luzzatti, via Consalvo, San Giovanni a Teduccio, viale Augusto). Suoi i Piani intercomunali di Torre Annunziata, Ercolano, dei Campi Flegrei, dell’Aversano, il Piano di ricostruzione dei quartieri Porto, Mercato, Pendino a Napoli e la partecipazione poi interrotta al PRG del’72.

Dal punto di vista formale il percorso progettuale di Cosenza è lineare. Dall’esordio con il Mercato Ittico del 1930, volume puro e chiuso, ancora vagamente monumentale, seppur privato di qualsiasi apparato decorativo storicistico, l’architetto napoletano rimette in discussione tutti i principi più tradizionali e radicati dell’architettura, comprendendo, assimilando e applicando in maniera via via sempre più evidente la lezione sostanziale dell’avanguardia, la rottura della scatola edilizia.

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Le stazioni della Metropolitana regionale

Da inseguitori a modello
di Fabio Salatiello

Il sistema della Metropolitana urbana e regionale rappresenta, dopo l’Alta Velocità, la più grande opera pubblica in corso in Italia. Nello scenario prefigurato al 2011, una volta completata, ampliata, interconnessa e costruita ex novo, le linee metropolitane sul territorio comunale passeranno da 2 a 10, le stazioni da 45 a 114.

Si colmerà un gap che pone l’Italia, e in particolare il meridione, in condizioni di arretratezza rispetto alle grandi nazioni europee nel campo del trasporto su ferro; ma si vuole anche fare un passo ulteriore: con l’innalzamento della qualità progettuale e la trasformazione della stazione come luogo di fruizione estetica, Napoli in un colpo solo smetterà di inseguire per diventare modello. Architetti di fama nazionale e internazionale sono stati chiamati a disegnare stazioni e spazi urbani a queste connessi in una logica di eterogeneità linguistica. La vecchia idea della stazione come non-luogo, come spazio tecnico anonimo di passaggio, cederà il passo a quella di attrattore esteticamente rilevante. La proiezione nel futuro avverrà non senza interrogarsi su un passato che emerge copiosamente dai cantieri aperti nelle zone del centro storico.

Questo percorso ha già visto le sue prime tappe significative, l’apertura tra il 2001 e il 2003 delle 5 stazioni della Linea 1 note come “Le stazioni dell’arte”, e il restyling nel 2005 della stazione Vanvitelli ad opera degli stessi autori del progetto architettonico e funzionale del 1993 (Michele Capobianco, Lorenzo Capobianco).

Strategico il progetto di restauro della stazione Montesanto delle linee Cumana e Circumflegrea, ad opera di Silvio D’Ascia, che prevede la creazione di un moderno contenitore più rispondente alle esigenze dei viaggiatori e della città.

La stazione di Piazza Municipio, di Alvaro Siza e Eduardo Souto de Moura, sarà il momento più emozionante di un percorso che, attraversando i reperti archeologici del porto greco-romano, costituirà un irripetibile connubio tra antichità e contemporaneità.

Oscar Tusquets Blanca con la stazione Toledo libera l’ultimo tratto di via Diaz dal traffico veicolare, trasformandolo in un salotto all’aperto, arricchito da alberi, una lunga pensilina e delle piramidi verticali che daranno luce al primo piano interrato.

Il progetto per piazza Garibaldi di Dominique Perrault configura un asse centrale di circolazione automobilistica che si scontra con la logica asimmetrica e pluridirezionale della stazione ferroviaria esistente. Affascinante invece la copertura che ripara la piazza commerciale ipogea, composta da una complessa trama in acciaio, estensione delle ramificazioni dei pilastri inclinati.

La Stazione firmata dallo studio Miralles-Tagliabue rompe la monotonia della geometria prismatica del Centro Direzionale per offrire un riparo organico dalla complessa struttura tettonica; un segno di immediata riconoscibilità quasi scaturito dalle forze vulcaniche sotterranee della città.

Richard Rogers, stazione di Capodichino. Foto@Serbilla

Il grande pozzo centrale a sezione ellittica, fulcro della stazione Capodichino di Richard Rogers, si anima con il movimento verticale dei viaggiatori. La sua sensuale copertura permette alla luce naturale e all’aria di penetrare in profondità all’interno della stazione e all’esterno di ombreggiare e riparare la piazza pedonale, generando un luogo protetto per quanti si muovono tra la stazione e il terminal aeroportuale.

Boris Podrecca Stazione di San Pasquale. Foto@Serbilla

Il tema del movimento e dell’acqua ispirano il progetto di Boris Podrecca per la stazione San Pasquale; nel sottosuolo con un guscio metallico su cui scorre l’acqua, in superficie con una pavimentazione in ghiaia di colore grigio-azzurro sormontata da una lunga pergola in metallo.

Uberto Siola stazione di Chiaia. Foto@Serbilla

La stazione Chiaia di Uberto Siola copre un dislivello di 40 metri, con una struttura classica di impianto circolare e un percorso ascensionale a spirale coperto da una cupola vetrata.

Anish Kapoor e Future Systems - Stazione di Monte Sant'Angelo. Foto@Serbilla

La stazione di Monte Sant’Angelo, di Anish Kapoor e Future Systems, vuole essere in se stessa un’opera d’arte, con il suo ingresso rivestito di acciaio corten a forma di grossa bocca, un catino che abbraccia il viaggiatore accompagnandolo nelle viscere della terra.

Ai nomi di spicco dell’ambiente accademico sono invece affidati i progetti delle stazioni delle linee regionali. Si distingue dal rigore minimalista degli altri, il progetto di Aldo Loris Rossi per la stazione Moregine della linea Circumvesuviana Napoli-Sorrento, in cui il cemento degli invasi funzionali è accarezzato da una copertura che ricorda un velo ondulato.

Le due stazioni di Pompei, firmate da Peter Eisenman, propongono il tema della sintesi dei tracciati degli impianti antichi della città: quello irregolare della fondazione e la griglia regolare romana con cardo e decumano.

Zaha Hadid - stazione di Napoli-Afragola. Foto@Serbilla

La Stazione di Napoli-Afragola per l’Alta Velocità, che consentirà l’interscambio con le linee regionali, è un ponte aerodinamico che attraversa in diagonale i binari ricucendo le due parti di territorio tagliate dai binari, condensando in immagine l’idea del flusso e della velocità. Il progetto è dell’architetto anglo-irachena Zaha Hadid.

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Le foto dei plastici sono state realizzate alla mostra Metropolis, Castel dell’Ovo, febbraio 2007.

Cenni introduttivi sull’architettura della città

Un’evoluzione urbana di quasi tremila anni
di Fabio Salatiello

Fu dai Greci di Cuma che partì l’iniziativa di occupare quel territorio al quale fu originariamente dato il nome di Partenope, comprendente una collina a strapiombo sul mare (Pizzofalcone), la sottostante pianura e l’isolotto di Megaride, sul quale successivamente sarebbe stato eretto il Castel dell’Ovo. Quando poi tra il V ed il IV sec. a.C., per la sopravvenuta insorgenza di nuove esigenze abitative e commerciali, quest’area divenne insufficiente, i coloni fondarono Napoli (Neapolis: nuova città) e Partenope assunse il nome di Palepoli (Palaepolis: vecchia città). Col tempo poi le due aree si riunirono sotto l’unica denominazione di Napoli.

Il centro antico della città conserva ancora le caratteristiche della pianta ippodamea: la divisione longitudinale del territorio, realizzata attraverso la creazione di tre vie parallele (in epoca romana denominate decumano superiore, maggiore ed inferiore), incrociate da una fitta serie di strade più strette (cardina).

Le alte mura che proteggevano la città greca non la salvarono nel 326 a.C. dall’occupazione romana. Ma Roma non volle reprimere la grecità dell’antica colonia cumana. La città, come farà poi in tutta la sua storia a venire, conobbe la cultura del popolo che l’aveva conquistata, ma non la sostituì alla propria: la assorbì combinandola con quella delle sue radici, dando vita ad usanze, riti civili e religiosi, espressioni artistiche autonome ed originali.

I viaggiatori stranieri del Settecento e dell’Ottocento, nei loro resoconti, hanno lasciato di Napoli un’immagine al contempo stupenda e mostruosa. Stupenda, quando si è tradotta in una magistrale rappresentazione delle bellezze naturali e culturali, dei colori e del carattere vivace dei suoi abitanti. Mostruosa, quando a tale immagine essi hanno unita quella di un’umanità pigra, furba, sporca e rumorosa.

Sulla città antica si è continuato a costruire in tutte le epoche successive, facendo del nucleo antico della città un cuore vivo e pulsante. Contaminazioni e stratificazioni di stili e di epoche invadono tutti gli angoli, riunificati in una rielaborazione suggestiva ed originale.

Una forma urbis, quella di Napoli, in cui emerge una inosservanza perpetua nei confronti dell’ostinata volontà di disegno e di ordine precostituito, agevolata dall’accidentata orografia. Tale indisponibilità alla pianificazione ha restituito comunque alla città una imprevedibile ed affascinante enigmaticità strutturale capace di caratterizzarla attraverso la plurima coesistenza di sistemi compositivi tra loro fortemente disomogenei. Dopo il chiaro e netto tracciato ortogonale della città di fondazione, tutte le successive espansioni si sono attuate secondo una disordinata crescita avvenuta per germinazione spontanea. Pochi sono stati i piani di ampliamento avvenuti secondo una precisa cultura del progetto urbano: l’espansione angioina nell’area del Carmine, quella voluta nella prima metà del sedicesimo secolo, dal vicerè Don Pedro da Toledo con la realizzazione dell’omonima strada a servizio dei nuovi quartieri spagnoli e, nella seconda metà del XIX secolo, il piano di Risanamento attuato con parziali sventramenti del tessuto urbano e la conseguente apertura della strada detta il “Rettifilo”. Si tratta comunque, nella complessa evoluzione storica urbana, di rari episodi di pianificazione, più o meno ragionata, che nulla hanno potuto nei confronti della capacità trasformativa esercitata dalle singole architetture che, in definitiva, hanno finito per costruire, attraverso la loro lenta aggregazione, la città partenopea. Ciò ha generato nei casi peggiori movimenti di crescita incontrollati ed in ogni direzione, specie negli anni della ricostruzione postbellica quando un’intensa attività di affaristica speculazione edilizia ha compromesso seriamente l’immagine ambientale e l’equilibrio urbano della città.

Le iniziative architettoniche prebelliche di più ampio respiro sono di epoca fascista: la risistemazione del Rione Carità nel centro storico della città, attuato attraverso traumatiche demolizioni del tessuto urbano storicamente configurato, e la realizzazione nel nuovo quartiere fieristico di Fuorigrotta della “Mostra delle Terre Italiane d’Oltremare”. Vi si afferma una nuova tendenza progettuale modernista e razionalista, diversamente declinata dai diversi architetti coinvolti.

I decenni della ricostruzione sono, come detto, anni di anarchia edilizia. La pianificazione e l’edificazione regolata da logiche di sviluppo futuro della città investono i campi delle infrastrutture e dell’edilizia economica e popolare. L’espansione demografica e le ulteriori emergenze determinate dal terremoto del 1980 investono l’attività edilizia degli ultimi decenni, quando la saturazione del territorio impone un ripensamento delle tradizionali logiche di espansione urbana in favore del riuso e della trasformazione dell’esistente in direzione di più attuali esigenze formali e funzionali.

La Mostra d’Oltremare

Breve storia e cenni architettonici
di Fabio Salatiello

Il programma politico e autocelebrativo della “Mostra Triennale delle Terre italiane d’Oltremare”, inaugurata il 9 maggio 1940, intendeva rievocare nostalgicamente i fasti dell’impero romano e di mostrare sinteticamente i possedimenti del nuovo impero dell’Italia fascista. Si sposava inoltre con un preciso obiettivo urbanistico: favorire il processo di espansione della città verso occidente, coerentemente con quanto era stato suggerito pochi mesi prima dal Piano Regolatore Generale del ‘36-’39, redatto dalla commissione diretta da Luigi Piccinato (uno dei cinque progettisti dell’EUR), dove un grande complesso fieristico espositivo fra Fuorigrotta e Bagnoli era indicato quale centro del nuovo quartiere flegreo.

La costruzione nel quartiere Fuorigrotta

L’area prescelta, una grande piana esterna al centro della città, poteva pienamente assorbire lo sviluppo urbanistico ed infrastrutturale, che una simile faraonica realizzazione avrebbe innescato al suo contorno. Due grandi arterie costruite in prosecuzione delle gallerie provenienti da Mergellina avrebbero condotto alla Mostra e collegato alla città storica il nuovo quartiere “turistico” di Fuorigrotta.

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Il centro direzionale

La concezione urbanistica dell’impianto.
di Fabio Salatiello

L’idea della necessità di decongestionare il centro di Napoli ed in particolare il Rione Carità, nucleo amministrativo della città, risale al 1964, quando l’urbanista Luigi Piccinato individua nel comprensorio di Poggioreale un’area di 110 ettari per l’insediamento di un centro direzionale, capace di riqualificare una zona della città e di avviare una nuova fase economica di tipo terziario. La proposta viene recepita nel Piano Regolatore Generale del 1971 ma l’area prescelta viene sottoposta a dure critiche per la presenza di una falda freatica. Nel 1975 vengono approvati il progetto di massima delle infrastrutture e il piano quadro dell’edilizia che definisce il perimetro delle 18 isole edificatorie. Il gruppo di lavoro è coordinato da Giulio De Luca. Si configura la viabilità di raccordo con l’intorno che prevede fra l’altro un sottopasso lungo corso Malta e due sopraelevate direttamente connesse alla tangenziale.

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L’architetto napoletano dimensiona l’intervento senza perdere di vista la dimensione umana. Le cubature spropositate previste inizialmente vengono, infatti, quasi dimezzate (da 8 a 4,5 mc/mq). I ¾ degli edifici sono previsti di altezza massima 25 metri mentre i restanti saranno torri con altezza compresa tra 50 e 100 metri. Si definiscono alcuni caratteri distintivi del progetto, poi ripresi dal successivo planovolumetrico di Kenzo Tange, come la separazione di circolazione veicolare e pedonale e la creazione di un portico di mediazione tra edilizia e viabilità pedonale.

Il progetto esecutivo viene approvato nel 1979, ma a causa delle mutate esigenze, in particolare quelle determinate dal terremoto del novembre 1980, la Mededil, la società che ha stipulato con il Comune la convenzione per l’edificazione dei suoli di sua proprietà (12,5 dei complessivi 110 ha), affida la verifica urbanistica dell’insediamento al giapponese Kenzo Tange, preferito a James Stirling e ad Oscar Niemeyer, principalmente perché già progettista del centro direzionale di Bologna e del controverso SDO, il sistema direzionale orientale di Roma. Con il suo planovolumetrico del 1982 è avviata la fase dell’attuazione. Il 30% della volumetria è destinato a residenze e uffici, il restante agli edifici pubblici (palazzo di Giustizia, uffici comunali, chiesa, scuole), alle infrastrutture e al verde. Il traffico veicolare e i parcheggi vengono incanalati al di sotto dei collegamenti di superficie, completamente pedonalizzati e organizzati secondo tre direttrici: l’asse verde a sud, l’asse pubblico al centro e l’asse sportivo a nord. L’asse verde, progettato da Pierluigi Spadolini, lungo 800 m e largo 70, accoglie attività direzionali e terziarie. La promenade centrale e le cortine laterali degli edifici sono raccordate da aree verdi in cui sono ritagliate le asole per l’illuminazione della circolazione viaria ipogea. Gli altri due ricadono quasi per intero nel sub comprensorio orientale, ossia nella metà del progetto che non è ancora stata realizzata. L’asse pubblico, a destinazione prevalentemente amministrativa, è l’asse centrale e attraverserà la piazza quadrata, fulcro dell’intero intervento, dove portici, caffè, gallerie e negozi esprimeranno, nelle intenzioni del progettista, la cultura e la vivacità partenopee. L’asse sportivo sarà destinato al tempo libero e connettendo piscina olimpionica coperta, campo da tennis e campo da basket segnerà l’accesso al parco pubblico.

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Le architetture futuribili di Aldo Loris Rossi

L’avanguardia architettonica a Napoli
di Fabio Salatiello

Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80 Aldo Loris Rossi ha progettato alcune tra le opere più interessanti del panorama architettonico napoletano. Sono manufatti che rinunciano deliberatamente ad ogni tentativo di ambientamento e di imitazione degli edifici del contesto in cui si trovano, espressione di una ricerca figurativa e spaziale che trova le sue radici nell’espressionismo pittorico di Kandinsky e nell’architettura organica di Wright, nel costruttivismo e nel neoplasticismo, in quei movimenti cioè che in Italia hanno trovato un territorio tradizionalmente ostile. Forse è per questo che il suo lavoro è stato maggiormente apprezzato fuori dalla penisola, e soprattutto qui al sud non ha ricevuto l’attenzione che meritava.
Negli anni ’60 l’architetto e urbanista napoletano aderisce alle ricerche sulle utopie megastrutturaliste, e più in generale alle correnti che proponevano un superamento dell’architettura razionalista, considerata troppo legata alle mitologie del rapporto forma-funzione e dei volumi elementari chiusi. Contemporaneamente si schiera contro gli atteggiamenti di riproposizione degli elementi formali o tipologici ripresi dalla storia, che a partire dalla fine degli anni ’70 per oltre un decennio interessano il lavoro degli architetti accademici.
Sua è la proposta choc sul recupero del centro storico di Napoli, che contempla la demolizione di gran parte degli edifici realizzati tra il secondo dopoguerra e gli anni sessanta, “spazzatura edilizia, per giunta costruita senza che si tenesse conto dei criteri antisismici, perché sono di epoca successiva. Penso ad esempio ad alcuni palazzi di Forcella.” Rossi predilige le geometrie basate sul cerchio, declinandole con operazioni di unione, sottrazione, intersezione. Attraverso la tecnica dell’accumulazione e l’aleatorietà dell’imprevisto riesce a strappare episodi aggressivi e spettacolari. Una molteplicità di segni e di volumi si ancorano alla struttura portante centrale come rami ad un albero. Sistematicamente è abbandonata la tradizionale impostazione a scatola degli edifici, per privilegiare il loro rapporto con il paesaggio. La vita e l’esistenza diventano gli elementi fondanti del processo progettuale, che in tal modo diventa ricerca sul dinamismo delle forme.

L’edificio per abitazioni in Via San Giacomo dei Capri del 1966 si trova ai margini del Rione Alto, occupando una porzione triangolare del lotto di pertinenza. Il lato interno del triangolo è reso concavo per configurare una piazza interna. Gli angoli dell’edificio sono esaltati non solo dalla geometria triangolare ma anche dal trattamento dei materiali. Quello che vediamo salendo da Via S. Giacomo è un elemento verticale vetrato che collega 6 degli 8 piani del fabbricato, interrompendo la scansione orizzontale dei terrazzi che caratterizzano con forme sempre diverse le facciate. Il rivestimento esterno è costituito da piastrelle scanalate di clinker azzurro e lastre di peperino. Tutte le parti in cemento armato sono lasciate a facciavista o martellinate.
Dello stesso anno è il complesso parrocchiale di Santa Maria della Libera a Portici, molto vicino al confine con Napoli. L’organizzazione spaziale nasce dall’interferenza fra matrici geometriche a espansione polare. Curata fin nel dettaglio l’elegante torre campanaria. Un passaggio aereo collega l’edificio della chiesa con quello delle strutture di servizio.

Edificio residenziale in via S. Giacomo dei Capri
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Complesso parrocchiale di S. Maria della Libera
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L’edificio dei servizi sociali per i lavoratori portuali del porto di Napoli (1968-1980), conosciuto anche come Casa del Portuale, intende proporsi come frammento della nuova metropoli. Dodici cilindri cavi, corrispondenti ai collegamenti verticali, costituiscono i nuclei strutturali dai quali aggettano le piattaforme contenenti le singole funzioni. « Lo squallido, degradato contesto litoraneo di Calata della Marinella, privo di parametri creativamente significativi, viene animato da un oggetto pionieristico, spettacolare, eversivo, che sembra reclamare un riscatto ambientale. Vi si accumulano etimi eterogenei del bricolage pop, del non-finito, del ruinismo, dell’action-architecture» (B. Zevi).

L’unità urbana a servizi integrati ai Ponti Rossi del 1979, denominata anche ‘Piazza Grande’, è un complesso introverso, separato dall’esterno ma colloquiante con un rilievo geografico preesistente. Un segno forte, a scala urbana, di impianto circolare, che l’architetto stesso dichiara essergli derivato dai grandi complessi settecenteschi di Bath, racchiude un habitat fatto di giardini pensili, attrezzature per lo sport e lo svago, rampe e ponti che invitano a scoprire il valore dello spazio fra gli interstizi volumetrici. Le infrastrutture verticali (scale, ascensori, montacarichi, reti impiantistiche) sono evidenziate nelle torri residenziali, di 36 m di altezza, disposte secondo una configurazione stellare.
Purtroppo i volumi destinati ai servizi inizialmente previsti (asilo nido, scuola materna ed elementare, sala polifunzionale) sono stati fagocitati dalle logiche privatistiche del mercato immobiliare che ne ha fatti ulteriori residenze. Il complesso ha vinto nel 1989, anno del completamento dei lavori, il premio In/Arch.

Unità urbana a servizi integrati
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Webgrafia
http://web.tiscali.it/aldolorisrossi/ (Aldo Loris Rossi, dello stesso autore dell’articolo)

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