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Galleria Toledo stagione teatrale 2010|11

Galleria Toledo, Teatro stabile d’innovazione
via Concezione a Montecalvario 34
80134 Napoli

galleria.toledo@iol.it
ilteatro@fastwebnet.it
http://www.galleriatoledo.org

21 | 24 ottobre 2010
Compagnia Katzenmacher
FARSA MADRI – AMLÈT TU SÙIT
di Alfonso Santagata

Due esseri disturbati: Gertrude che si crede la madre di Amleto e il suo amante Claudio megalomane e un po’ balordo. Hanno investito con la macchina il marito di Gertrude e fratello di Claudio. Un fatto di cronaca nera… dal castello di Elsinore alle pendici del Gargano.

I due Gertrude e Claudio hanno molte cose in comune, ma è come se non sapessero niente l’uno dell’altro, se uno di loro si perde nella confusione l’altro vanta idee chiare.

Discutono di tutto: di tradimenti, di amesie, di peccati, di passioni, del mangiare e certe volte anche d’amore, unico sentimento che scompagina la loro memoria e li accompagna al silenzio ostile, finché non riaffiora qualche brandello disturbato di memoria e tutto ricomincia.

Intanto Amleto si aggira col suo amico del cuore e la salma del babbo. C’è del marcio sul Gargano… Un paradosso che annega nella farsa. Siamo partiti dall’humus della farsa toccando i suoi meccani-smi, il ritmo, le cadenze, le cromature.

Un tentativo di pura invenzione per arrivare ad una drammaturgia eversiva verso maschere urbane contemporanee.

2 | 7 novembre 2010
GruppoTeatrale
Il Colibrì e Il Pendolo
LA BALLATA DEL RE CAPOVOLTO
liberamente ispirato all’Escuriale
di Michel De Ghelderode
adattamento e regia Antonio Iavazzo

Questo spettacolo è liberamente ispirato all’Escurial di Michel De Ghelderode. Una parabola sul potere in cui si narra dello scontro fra un re della Spagna del cinquecento e il suo giullare per la conquista dell’amore della regina. È l’apoteosi e la celebrazione del “capovolgimento”, un grottesco e alchemico gioco al massacro nella visionaria eppure lucida deformazione del reale e dell’immaginario. Cani ululanti e campane che annunciano la morte, tra corpi deformi e putrefatti ma anche “bellissimi” nella loro nuda verità, regine evocate, spettri dell’inconscio e paure secolari, esorcismi, rituali, danze liberatrici. Nella tensione continua tra repulsione e terrore e inquieta attrazione verso la vita e l’amore, la morte e la donna. È un teatro totale che punta non solo alla ragione, ma anche e soprattutto ai sensi e alla visceralità dello spettatore, attraverso uno stile recitativo ed espressivo antinaturalistico e non intellettuale. Un teatro dell’eccesso, di fuochi, di istinti e di visioni. Un teatro del surreale e del grottesco che anticipa i temi di Jarry, Artaud, Beckett, Genet. Enigmatico e magnetico. Un teatro dell’esagerazione.

Eppure un teatro di Poesia sublime in cui gli uomini – fantocci vengono sorpresi e folgorati nella loro “miserabile” povertà.

Creature impaurite che oscillano tra la tentazione degli inferi e il desiderio immutabile dell’eterno e del divino.
Antonio Iavazzo

9 | 14 novembre 2010
La Bazzarra
SPEDIZIONE AL BAOBAB
liberamente tratto dall’omonimo romanzo di
Wilma Stockenstrom
adattamento e regia Gigi Di Luca

“ Poema vegetale “, come la traduttrice Susanna Basso lo definisce, il romanzo della scrittrice sudafricana bianca, Wilma Stockenstrom che ha vinto numerosi pr emi tra cui in Italia il Grinzane Cavour e da cui trae ispirazione lo spettacolo è stato scritto nel 1981 in afrikaans. Ed è bello notar e che questo racconto di una schiava trovi parola nella lingua stessa di chi quella soffer enza ha causato, nella lingua gutturale e straniera dell ’ offesa.
Le memorie di una schiava, il suo desiderio di opporre resistenza alla vita, alla sua vita di violenze a cui è naturalmente costr etta, sono il punto di partenza dello spettacolo, un poetico monologo dell ’ io narrante di una figura femminile senza mai conoscere il suo nome perché commenta con a mar ezza “pronuncio il mio nome e non significa nulla ” .

L’ albero, il mitico e simbolico “baobab” in cui la vecchia schiava alla fine della sua vita si rifugia, l’accoglie e la protegge “conosco l’interno del mio albero come un cieco casa sua, come si può conoscere qualcosa che è nostro soltanto e come invece non ho mai conosciuto le capanne e le stanze in cui mi veniva ordinato di dormire”. Il baobab è il suo punto di riferimento, il confine spaziale e temporale tra un passato, dominato da confusione e terror e, e un pr esente in cui la cr eatura comincia a ripr endere in mano i fili della sua esistenza. O forse, a farlo per la prima volta. Dietro le spalle, in quel “prima diverso”, c’è la schiavitù, con le facce e i corpi dei successivi padroni che le attraversano e tormentano la vita.

Ma quale schiavitù invece attraversa ancora il nostro tempo e quante ragazze e donne sottomesse ad essa vivono i nostri territori, da Castelvolturno a Sca mpia controllati dai “nuovi padroni del terror e” .

Le parole poetiche della Stockenstrom si intr ecciano con le parole di paura e denuncia delle tante ragazze africane che vivono qui e che si rifugiano nei loro “baobab” i pochi centri di accoglienza esistenti; la storia della schiava sudafricana incontra le storie delle ragazze nigeriane, senegalesi, ghanesi, albanesi, di oggi.

La messa in scena si muove su più piani narrativi, parole, immagini e musiche eseguite dal vivo da musicisti africani, dai “Griot”, canta – storie chia mati a raccontare nuove e più amare storie, a cantare un solo grande “ canto corale di libertà”.

Gigi Di Luca

16 | 21 novembre 2010
Teatro 91
FondazioneTeatro Piemonte Europa
RezzaMastrella
7-14-21-28
(mai) scritto da Antonio Rezza
di Flavia Mastrella Antonio Rezza
con Antonio Rezza Ivan Bellavista
un Habitat di Flavia Mastrella

Civiltà numeriche a confronto. La sconfitta definitiva del significato. Malesseri in doppia cifra che si moltiplicano fino a trasalire: siamo a pochi salti di distanza dalla sottrazione che ci fa sparire. Oscillazioni e tentennamenti in ideogramma mobile. Improvvisamente cessa il legame con il passato: corde, reti e lacci tengono in piedi la situazione. Si gioca alla vita in un ideogramma. Il tratto, tradotto in tre dimensioni, sviluppa volumi triangolari diretti verso l’alto che coesistono con linee orizzontali: ma in verticale si muove solo l’uomo. Qui non si racconta la storiella della buona notte, qui si porge l’altro fianco. Che non è la guancia di chi ha la faccia come il culo sotto. Il fianco non significa se non è trafitto. Con la gola secca e il corpo in avaria si emette un altro suono. Fine delle parole. Inizio della danza macabra.

La storia

In un paese allo sbando un Uomo è affascinato dallo spazio che diventa numero.
La particella catastale dell’ingegno porta l’essere animato a fondersi con la civiltà numerica al declino.
Una donna bianca, vestita di rete e di illusione, rimpiange il tempo degli inizi, quando l’amore è solo affanno e poco ancora. Il non senso civico sfugge a chi governa come bestie questo ammasso di carne alla malora.

Si vota con la gola gonfia delle urla di chi ha votato prima, ci si lascia sovrastare dall’istituzione che detta convenzione e cancella dignità. Il sollevatore di pesi solleva se stesso e la famiglia organizzata che sputa fiato su ogni collo alla deriva.
Intanto la cultura si finanzia con i soldi del padrone: il servilismo non ha dote.
Seduti nell’alto dei cieli ad aspettare il Dio mozzo che ci ha fatto a pezzi.
E finalmente i numeri a rendere lo spazio fallace, in balia della cifra che lo schiaccia.
Costretto a ragionare non per logica ma per sottrazione, l’uomo è improvvisamente migliore: sotto di lui non c’è la terra che lo seppellirà ma la tabella di uno spazio mai così confuso. Che poi si ride è un problema legato alla mercificazione della pelle macellata.

In questo gioco macabro e perverso si affaccia la fiaba allucinata: altro che felici e contenti, qui la nevrosi insegue il capriolo: uno che scappa e l’altro che corre con due gambe che non ne fanno una. Fossimo zoppi faremmo più paura.

23 | 28 novembre 2010
Associazione Culturale Il Re Buffone
Diana Or.l.s
CAMPOFELICE SARO, SGARRISTA
di Pierpaolo Palladino
regia Giancarlo Cosentino

Un impiegato che sogna la pensione e momenti di relax in trattoria, e che è tra l’altro appassionato di pesca.Tutto normale, banale, se non fosse per l’impiego che il protagonista svolge: sicario affiliato ad un’organizzazione camorristica. Un uomo incapace di provare il mi-nimo rimorso per le proprie azioni, che parla per luoghi comuni e mitizza una vita tranquilla. L’apparente solarità è minata all’inquietudine che coinvolge se stesso e la Napoli alla quale si affaccia, dalla finestra dell’albergo dove si trova per motivi di lavoro. Non ha coscienza della sua propria vita, e passato presente e futuro si affastellano in un continuo agitarsi di realtà e sogno, presentando il conto di una vita violenta scelta non in autonomia, ma per tradizione familiare. Padre, madre, moglie e antichi amori sono il riferimento
inevitabile di chi non può vivere se non nel solco dell’identità familiare, dove l’eredità paterna non poteva in alcun modo essere evitata.
E se l’intento dell’autore è quello di sbirciare nella vita privata di Campofelice Saro, piccolo malavitoso, “figlio d’arte” che non si sente più adeguato a sostenere il suo ruolo – una professione che ormai segue regole e tecnologie troppo stressanti per lui –, tuttavia le letture possibili della messinscena sono svariate. Si pensa che alcune scintille di quel magma di emozioni che brucia nell’animo del protagonista possano colpire lo spettatore e aprire squarci di riflessione, non
tanto intorno alla professionalità equivoca del protagonista, quanto per quegli accenni ai disagi esistenziali che sovente si manifestano alla soglia dei cinquanta anni.

4 | 5 dicembre 2010
Teatro stabile d’innovazione
GalleriaToledo / Il Teatro coop.a
IL BACIAMANO
di Manlio Santanelli
regia Laura Angiulli

Napoli 1799: per le vie della città la reazione borbonica spegne nel sangue e nella barbarie la disperata resistenza della Repubblica Partenopea.

Contro un siffatto fondale di ferro e fuoco una popolana, incattivita da un’ esistenza fatta di violenze e di miserie, viene fortunosamente a contatto con un gentiluomo Giacobino, tipico esponente del partito in disgrazia. Tra i due s’ instaura un complesso rapporto d’ incomprensioni e di stizze, ma anche di sorprese e ambiguità. Un’ altalena di sentimenti contraddittori  fa da sottotesto alle grottesche modalità attraverso le quali due esseri, tanto diversi tra loro, cercano di esplorarsi a vicenda. Spinti, l’uno dal desiderio di gettare comunque un seme da cui possa nascere un mondo migliore, l’altra da un irrisolto bisogno di tenerezza, i due protagonisti riescono alla fine a raggiungere una poetica intesa, nell’illusione di rendere meno spietata l’inevitabile conclusione della vicenda.  (Manlio Santanelli)

Apparentemente un’operina minore, di fatto una macchina  teatrale di pregio, che offre spunti di significativo interesse al lavoro degli attori. La scommessa è nel ritmo serrato dello sviluppo narrativo, nella presenza a tutto tondo dei personaggi chiamati a una prova d’impegnativa adesione.

Immaginate una povera popolana la cui famiglia è afflitta dalla miseria e dalla fame, cui sia stato affidato il compito di preparare il pranzo mettendo in pentola un Giacobino (nobile intellettuale della rivoluzione partenopea)…….

Immaginate un povero Giacobino cui toccherà di finire in brodo come un cappone, o allo spiedo, o nella migliore delle ipotesi in un insaccato messo lì a stagionare……

La trama, suggerita da eventi suffragati da “vero storico” così come poco credibilmente richiamano alcune cronache dell’epoca, scavalca i limiti della narrazione comune per consegnare la vicenda a un ambito fantasioso, d’incontenibile comicità. (Laura Angiulli)

rassegna stampa

…seduzione per piccoli gesti improvvisi, è alla Galleria Toledo “Il Baciamano” deliziosa, rapida piéce di Manlio Santarelli e messa in scena da Laura Angiulli. Gioco bizzarro di sentimenti e sopraffazioni, racconto di fatti orrendissimi di cannibalismo forse consumato dal popolo affamato ai danni dei giacobini in una Napoli infervorata dai furori della Rivoluzione Partenopea. Il tutto è affidato ad una coppia di attori davvero felice, capaci di mettere insieme, in un ritmo rapidissimo e coinvolgente, gesti irresistibilmente comici e brividi  d’angoscia…

risultato pregevole e convinti applausi alla prima.

La Repubblica, Giulio Baffi

Agile e rapido come un saltimbanco da circo e ritmico come un video-clip, “Il Baciamano”, presentato da Laura Angiulli per inaugurare la stagione del suo teatro, ha colpito per la straordinaria immediatezza. L’atto unico scritto da Manlio Santarelli, e visto a Galleria Toledo, si è giovato infatti di una regia che ha accentuato il passo del dialogo, sottolineandone nel finale gli aspetti più drammatici. In scena, infatti, la paradossale vicenda, portata ai limiti della surrealtà, di una giovane popolana sanfedista e di un borghese giacobino, ai tempi della Rivoluzione partenopea del 1799.

Ma l’autore immagina l’incontro fra l’uomo, legato come un capretto, e la donna, pronta a sacrificarlo davanti ad un pentolone…

…Nel monologo d’apertura in cui Alessandra D’Elia mostra subito di essere perfettamente in ruolo e di voler dare la sua migliore prova d’attrice, la donna sospira sognando carrozze e principi, belletti e balli a Palazzo. Una sorta di Cenerentola abbruttita dalla propria condizione di subalternità sociale e sessuale. ..

Corriere del Mezzogiorno, Stefano de Stefano

La forza di un gesto semplice, quale può essere un baciamano, che scarica una tensione sensuale che può valere il riscatto da una vita misera. E’ questo, in buona sostanza, il fulcro de “Il Baciamano” appunto,

scritto da Manlio Santarelli, diretto da Laura Angiulli ed interpretato in maniera straordinaria da Alessandra D’Elia…

…Uno spettacolo strano, che ha ammaliato la sala e garantito un’ora di grande teatro.

Cronache di Napoli, Alessandro Maria Esposito

11 | 12 dicembre 2010
in collaborazione con ARCI
con il contributo di LESS onlus
IL RAZZISMO È UNA BRUTTA STORIA
di e con Ascanio Celestini

Quando l’Arci mi ha chiesto di partecipare a questo progetto contro il razzismo ho risposto che l’avrei fatto volentieri, ma che non sarei riuscito a scrivere un nuovo spettacolo. Mi hanno detto che le avevano già sentite alcune storie mie sul razzismo, che potevo ripartire da quelle. Così ho fatto. Ho ripescato in un repertorio fatto di racconti detti fuori dai miei spettacoli. Racconti scritti in fretta dopo l’incendio
di un campo nomadi, dopo il naufragio di una barca di emigranti in fuga o dopo la dichiarazione folle e calcolata di qualche politico. Intorno a questi frammenti ne ho messi altri e ho cucito una serie di storie vecchie e nuove alle quali se ne aggiungeranno altre nel corso della breve tournée.
Giancarlo Gentilini è riuscito a dichiararsi contrario anche ai cani immigrati quando l’anno scorso ha detto “noi non vogliamo le razze straniere, noi vogliamo quegli amici dell’uomo che accompagnavano i nostri agricoltori [...] sulle montagne”.
Ed è proprio da questo repertorio che insieme a Matteo D’Agostino e
Andrea Pesce siamo partiti per scrivere e montare le nostre brutte storie razziste.
[Ascanio Celestini]

28 | 30 dicembre 2010 – 1 | 16 gennaio 2011
[nell’ambito del progetto Camus]
Teatro Stabile di Napoli
Il Teatro coop.
CALIGOLA
dall’opera di Albert Camus
regia Orlando Cinque

La morte improvvisa e prematura di Drusilla, sorella e amante al contempo, procura viva lacerazione nell’imperatore Caligola. Sconvolto dall’evento vaga per giorni, tralasciando gli impegni di governo.

Caligola sente ormai priva di senso la vita, e con essa tutte le pratiche e i valori ad essa connessa. Portato dal rancore verso l’ingiustizia di un mondo sospinto dal caso, dove gli dei non esistono, risponde con violenza, e contro l’ acquiescenza dei più rispetto all’insensata offerta che la vita stessa propone, instaura e conduce un sistema di efferata gestione del ruolo di potere governativo che gli compete, secondo un lucido progetto di distruzione e auto-distruzione.

Il teatro della crudeltà non sarà dunque un teatro dell’inconscio. Quasi il contrario. La crudeltà è la coscienza, è la lucidità esposta.
(Jacques Derrida)

Una riflessione sulla necessità della libertà perché l’individuo crei, trovi e sperimenti la sua ‘parte’ nello spettacolo del mondo; ma anche un pensiero profondo sul limite della Libertà in quanto tale, perché proprio sul limite, sulla soglia, sperimentando lievi spostamenti, tradimenti e attraversamenti è possibile rendere attiva una funzione dinamica dell’essere.

“Il corpo, la creazione, Tale via ritrova il mondo del  sì impersonale, ma l’uomo vi rientra ormai con la sua rivolta e la sua perspicacia, poiché ha disimparato a sperare. L’inferno del presente è finalmente il suo regno”.

La Creatività si fa dunque necessaria all’uomo perché questi, messo di fronte all’assurdo del mondo della morte e del male si faccia artista di sé.

“l’azione, la nobiltà umana riprenderanno allora il proprio posto in questo mondo insensato. L’uomo vi ritroverà infine il vino dell’assurdo e il pane dell’indifferenza, di cui nutre la sua grandezza.  Insistiamo ancora sul metodo: si tratta di ostinarsi.“

21 | 23 gennaio 2011
Socìetas Raffaello Sanzio
FLATLANDIA
dall’omonimo racconto fantastico a più
dimensioni di Edwin Abbott Abbotte
lettura drammatica e musicale
di Chiara Guidi

La figura geometrica di un quadrato incontra una sfera e intuisce, con sospetto, che possa esistere un mondo a tre dimensioni: alieno, inestricabile, inconcepibile.

Tutto il racconto appartiene interamente a una terra piatta, e con perfetta coerenza descrive l’ambiente e la vita di esseri schiacciati che neanche immaginano un’altra dimensione. Il linguaggio ritrae un mondo complesso, formato da un meccanismo coerente che diventa oggetto di conoscenza: il mondo del piatto.

L’assurdità di un mondo mai considerato, se non astrattamente, perché ritenuto monco, anzi impraticabile, è assorbita nella lucidità di una scrittura che descrive la realtà a due dimensioni. Così la pagina della scrittura, il suo spazio, la sua rappresentazione grafica, diventano letteralmente il mondo. La pagina del mondo. La follia di questa idea è compensata dalla precisione logica della scrittura.

L’ordine delle cose è descritto attraverso un apparato ottico bidimensionale da insetto o da batterio, che smantella in blocco la consueta certezza delle tre dimensioni della terra con le sue leggi.

Se la curiosità scientifica si concentra piuttosto intorno all’idea della quarta dimensione, Abbott indica lo straniamento dello spazio euclideo attraverso lo sgomento della seconda dimensione. Non ci sono uomini in questo mondo. Ci sono punti, linee e piani, intensità e tensioni superficiali. C’è un puro spazio piatto, disumanizzato con acribia e metodo geometrico. È uno spazio del progetto, della mente. Una mente, si direbbe, amputata e schiacciata dal rullo compressore. Una mente che, per questa stessa ragione, è in grado di sviluppare l’ottica sapienziale della visione.Visione rotativa e tomografia assiale dello sguardo. Sta a noi, persone umane, incredibilmente dotate di corpo (già, che cos’è un corpo?), capire la sospensione metafisica di quel momento in cui una sfera “cala” dall’alto per intersecarsi con il piano. Dobbiamo farlo, però, immaginandoci piatti, come figure ritagliate nella carta. Solo così si apre la visione: immaginarsi un mondo che non esiste, in questo mondo. Nel mondo di Flatlandia questo mondo non esiste. Siamo noi l’al di là. Siamo noi le “sfere”. E l’assurda affermazione di un mondo reale soltanto sulla carta fa sospettare che forse è il mondo dei corpi a essere davvero alieno. Il valore di questo paradosso consiste alla fine proprio in questo: non c’era nessuna ragione valida per farlo. Ma per farlo è occorso il massimo della ragione.

Tutto questo è uno specchio.

27 | 30 gennaio 2011
Osservatorio Palestina
MI CHIAMO OMAR
tratto da un racconto di Omar Suleiman
regia di Luisa Guarro

Un consiglio materno, custodito nella memoria come una segreta formula, accompagna, nella solitudine del cammino, ogni fine per un nuovo inizio: batti i piedi dieci volte cosicché il corpo si scrolli di dosso le vecchie energie e si rinnovi, deciso al prossimo passo.

Il cammino è lungo, ancora incompiuto, copre un’enorme distanza, chilometrica, storica, culturale, politica, emotiva.

Un uomo guarda dietro di sé e dà voce a un racconto, che si dispiega attraverso episodi e quadri e suggestioni, resi occasione per la messa in scena. Una memoria delicata infonde ammirazione e insieme un senso d’inadeguatezza, è più forte di qualsiasi denuncia politica o filosofica; parla di una casa in un remoto villaggio della Palestina, terra di battaglie e soprusi e violenza, di cui quasi nel racconto non c’è traccia, se non come melanconico sottofondo nella consapevolezza di chi ascolta.

Viene mostrata una vita quotidiana, lontana, altra, lenta, primordiale, da osservare e ascoltare, per uscire dalla convinzione che il proprio sia l’unico mondo possibile, l’unico plausibile.

Gli spettatori, invitati a cena, sono ospiti, vengono accolti sul palco e immersi nella scena, resa calda ed accogliente dalle musiche arabe, dagli odori dei cibi, dai vapori e dall’ombra lunga del narratore che, dietro un telo illuminato di contro, cucina per loro e li guida nel viaggio e su quel telo vengono proiettate immagini e poi si leggono le traduzioni delle poesie arabe, recitate in lingua e offerte come fiori nuovi insieme alle pietanze e da dietro quel telo le ombre prendono forma, assecondando le immagini evocate dalla narrazione.

Ma la platea e i restanti spazi e le poltrone e i muri non restano vuoti: foto, filmati, scritte, pile di libri, di cui viene offerta la lettura di un passo, fanno dell’intero teatro uno spazio scenico, animato dal passaggio di personaggi lontani, con i quali il narratore interagisce, gestendone col racconto l’apparizione, a favore degli ospiti così partecipi del suo viaggio nella memoria.

Omar cammina e attraversa due mondi e non ha più modo di fermarsi! Ciò lo rende speciale e capace di una visione che – inutile a dirsi- supera di gran lunga quella di chi vive chiuso nella sua realtà perché ogni mondo presuppone le verità che cerca di dimostrare e cammina in tondo, tornando ottusamente al punto di partenza, come immobile.

10 | 13 marzo 2011
Teatro Segreto
Roberto Herlitzka, Lello Arena in
DON CHISCIOTTE
liberamente tratto da Miguel De Cervantes
di Ruggero Cappuccio
regia Nadia Baldi

Nella versione scenica prodotta da Teatro Segreto Srl, Don Chisciotte è Michele Cervante, è un uomo appassionato di letteratura epica che vive in una profonda solitudine. Emarginato da una società che lo respinge quotidianamente, perde contatto con il mondo reale, attivando una crescente energia visionaria che lo porterà a dialogare con i fantasmi della classicità. L’apparizione di un singolare personaggio che Don Chisciotte trasforma nel suo Salvo Panza innesca il tentativo di riportare il professore entro i confini di una ritualità sociale cosiddetta normale.

Il protagonista, posseduto dall’anima immortale dell’hidalgo de la Mancha, continua, però, ad alterare la relazione tra passato e presente, inseguendo una visione disperata e poetica dell’esistenza. Il fragilissimo eroe cerca un’ipotetica Dulcinea, che nel suo desiderio si configura come definitivo incontro di salvezza e di pace.

Il testo di Ruggero Cappuccio si concentra sul conflitto tra modernità efferata e umanità poetica, sulla solitudine, l’illusione, l’alienazione nel lirismo di una realtà che non è più o che non è mai stata, ma vive fresca nella memoria come ricordo presente.

La regia di Nadia Baldi si attesta su confini immutabili, ma non per questo facilmente rintracciabili, quelli che da millenni vivono invariati nel cuore degli uomini.

La messinscena, nell’interpretazione di Roberto Herlitzka e Lello Arena, utilizza una delicata indagine interiore a specchio per svelare il rapporto tra dolore e bellezza.

16 | 20 marzo 2011
Fanny & Alexander
WEST
ideazione Luigi de Angelis e Chiara Lagani
drammaturgia Chiara Lagani
regia Luigi de Angelis

West è l’estremo dei punti cardinali della storia del Mago di Oz. Lo spettatore sarà “imprigionato” assieme a Dorothy da una strana forma di incantesimo, una trappola del linguaggio capace di sospendere a tratti la facoltà di esprimere un giudizio, la possibilità di compiere delle scelte, dire sì o no alle cose che saranno proposte.

Il lavoro, incentrato sulle tecniche della manipolazione sottile del linguaggio pubblicitario, intersecherà motivi mitici a motivi legati alla contemporaneità, alla cronaca e ai grandi emblemi dell’occidente.

Lo spettatore è qui un consumatore, oggetto di stimoli continui, soggetto alle trame sottili di una persuasione occulta ai suoi danni continuamente perpetrata, prigioniero e allo stesso tempo potenziale scardinatore della gabbia in cui è stato calato: scendere vigilmente nel pozzo profondo in cui precipita la truccatura della “strega”, le sofisticate tecniche della comunicazione massmediatica, vuol dire assumersi l’impresa della risalita, e al contempo il rischio del non ritorno.

West sarà una sorta di parabola contraddittoria, una metafora dell’immaginario contemporaneo e delle sue derive, del potere che le immagini hanno su di noi.

Sullo sfondo l‘Occidente e i suoi simboli, e il corpo martoriato eppure incredibilmente “normale” della nostra società.

24 | 27 marzo 2011
Benvenuti-Armunia
PASTICCERI
IO E MIO FRATELLO ROBERTO

di e con Roberto Abbiati, Leonardo Capuano

Due fratelli gemelli.

Uno ha i baffi l’altro no, uno balbetta l’altro no, parla bello sciolto.
Uno crede che la crema pasticcera sia delicata, meravigliosa e bionda come una donna, l’altro conosce la poesia, i poeti, i loro versi e li dice come chi non ha altro modo per parlare.

Uno è convinto che le bignoline siano esseri viventi fragili e indifesi, l’altro crede che le bignoline vadano vendute, sennò non si può tirare avanti.

Il laboratorio di pasticceria è la loro casa. Un mondo che si è fermato alle quattro di mattina, il loro mondo: cioccolata fusa, pasta sfoglia leggera come piuma, pan di Spagna, meringhe come neve, frittura araba, torta russa, biscotto alle mandorle e bavarese: tutto si muove, vola, danza e la notte si infila dappertutto.

Due fratelli gemelli che, come Cyrano e Cristiano, aspettano la loro Rossana, e dove la vuoi aspettare se non in pasticceria?

Due fratelli pasticceri, se li vedi abbracciati, sembrano un albicocca.

Profumano di dolci e ascoltano la radio: musica, molta musica.

1 | 3 aprile 2011
Théâtre des Lucioles
in collaborazione con Face à face – Parole di Francia per scene d’Italia
DUETTO
tratto da
Per tutta la mia vita sono stata una donna
di Leslie Kaplan
e da estratti di testi di Rodrigo Garcia
di e con Frédérique Loliée, Elise Vigier

Sulla scena, in piedi, sedute, che corrono, si fermano, di qua, di là, alla rinfusa, parlano, si parlano, enumerano, legiferano, s’interrogano, si chiedono, ci chiedono, si giudicano, si valutano: ma che cos’è? è voi, è noi, è allora, è qui e ora.

Due donne, ma “donna” non è una categoria né un genere, è un punto d’appoggio, concreto, materiale, per far passare, per far circolare, parole, oggetti, domande, emozioni.

Ciò che circola è l’abbondanza, tutto il di più della società, tutto ciò che consumiamo, cibo, sesso, spettacolo, ciò che mangiamo, ciò che ci mettiamo, nella testa, sul corpo, tutte quelle parole di troppo, tutta quella stupidità, tutta quella povertà, tutta quell’assenza, di cosa? di senso, di scopo, di legami, di rapporti, di sentimenti, tutta quella presenza sotterranea, tutto quel vuoto che trabocca.

Duetto è un luogo dove si pensa con cose concrete, parole concrete, in situazioni e in dialogo, e il teatro arriva proprio in questo modo.

Il teatro: una forma di stupore, lo stupore di proferire delle parole e delle frasi, di lanciarle davanti a sé e di sentirle volare, toccare, rimbalzare, lo stupore davanti al linguaggio e ciò che c’è sotto, davanti alla vita insomma, “tutta la mia vita” com’è detto.

Frédérique Loliée e EliseVigier prendono la scena dal dettaglio, minuzioso, minuscolo, maiuscolo, sfalsato, triste, terrible, e francamente comico, al presente, sempre al presente.

[Leslie Kaplan]

5 | 10 aprile 2011
COLLOQUI
di Domenico Ciruzzi
con Antonella Stefanucci

Angelina, una donna ancora giovane, compie, come ogni settimana, il rito del colloquio con il proprio uomo imprigionato.

Dialoghi crudi e grotteschi raccontano di una quotidianità altra, se-parata dal mondo non soltanto per chi è detenuto ma anche per gli stessi familiari che finiscono per essere coinvolti in una estensione extramuraria dei ritmi e dei riti dettati dalla restrizione carceraria.

Un altro mondo, autoreferenziale e grandguignolesco, a cui è precluso in radice ogni confronto concreto o soltanto comunicativo con modelli comportamentali diversi, eppure rischiarato da bagliori di dolente e tenera umanità. Mondi così autoreferenziali, non necessariamente connessi all’imprigionamento del corpo, sono tuttavia numerosi nella contemporaneità.

13 | 17 aprile 2011
Compagnia Berardi-Casolari / Teatro Stabile di Calabria
con il sostegno di
Festival Primavera dei Teatri
LAND LOVER – VIAGGIO PER AMORE
ideazione e regia Gianfranco Berardi

Land Lover è un progetto nato dalla volontà di indagare situazioni paradossali che quotidianamente balzano ai nostri occhi a partire da esperienze autobiografiche.

Più volte viaggiando mi sono ritrovato a confronto con realtà turistiche (Cuba, Tailandia) meglio note come terre dell’amore, paradisi naturali ed artificiali dove la sensazione che tutto ciò che si desideri si possa ottenere senza troppi sforzi, che

esistano luoghi dove la felicità, la serenità sono realmente a portata di tutti.

Altre volte girando a caccia di una guarigione, mi sono ritrovato di fronte a situazioni in cui la ricerca spasmodica del benessere portava me e le persone come me accecate dalla necessità, verso una condizione di abbrutimento, di chiusura, di cecità appunto nella quale l’ansia del miracolo escludeva ogni possibilità di ascolto, incontro e confronto.

Molte volte in ambo i casi mi sono ritrovato a far i conti con una sensazione di impotenza, una tensione che nasceva dall’insofferenza e che dava vita ad una profonda insoddisfazione creando al tempo stesso dinamiche di grande comicità.

Sempre più spesso purtroppo mi accorgo che tutto questo non è confinato in situazioni particolari come un viaggio o come una Deficienza ma che, a volte nostro malgrado, a volte con cognizione di causa, questo è lo scenario della vita di tutti i giorni.

Di qui Land Lover, la voglia di raccontare una storia che attraverso il lavoro d’attore indagasse alcune dinamiche umane nate da situazioni paradossali. Così su di un isola dei sogni, terra dell’amore chiamata Land Lover, tre personaggi stravaganti si recano al cospetto di un folcloristico santone alla ricerca di consulti appaganti.

PER INFORMAZIONI

orari botteghino
feriali ore 19.30-21.30
domenica ore 17.30 – 18.30

contatti
081.425037
galleria.toledo@iol.it

prevendite autorizzate
box office (tel. 081.551 91 88)
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orario spettacoli Galleria Toledo
feriali ore 21
domenica ore 18