Il più europeo degli architetti napoletani
di Fabio Salatiello
In un territorio storicamente ostile alla ricerca architettonica sovranazionale, l’opera di Luigi Cosenza, il più europeo degli architetti napoletani, desta quasi sospetto. Potremmo dire di più: fa scalpore, considerato anche l’ambito culturale in cui esordisce, dominato dalla retorica del regime e ottusamente ripiegato sulla rincorsa all’espressione dell’”italianità”. Con una impostazione culturale illuminista e ingegneristica, Cosenza trova un’espressione compiuta del suo pensiero nell’architettura razionalista che negli stessi anni si stava affermando come linguaggio nei Paesi d’oltralpe. Ma il linguaggio rimane per lui soltanto uno strumento nè rigoroso nè tantomeno astrattamente coerente, ponendo invece l’accento sulla finalità dell’architettura, che permeandosi di forti valenze ideologiche, vuole innalzare la condizione dell’uomo.
Questa impostazione è evidente soprattutto nella sua opera più importante, la fabbrica Olivetti a Pozzuoli del 1954, tentativo certamente riuscito di realizzare un fabbricato industriale che andasse oltre la logica del contenitore per la produzione, ma che si configurasse come un frammento urbano che potesse soddisfare anche le istanze psicologiche del lavoratore e innalzarlo da ingranaggio a individuo, e da individuo a cittadino.
L’edificio segue una logica disunitaria di smembramento delle parti funzionali, innervandosi su un sistema a croce, evidentemente ricavato dall’edificio per il Bauhaus di Gropius, in relazione con gli altri momenti del ciclo produttivo. Il sistema, strutturato con pilastri circolari sempre ben visibili, è ideale per i futuri ampliamenti (che sono avvenuti fino agli anni ’70), per l’inserimento di spazi di relazione, delle corti e del verde (per il cui disegno è chiamato il paesaggista Pietro Porcinai), per l’adeguamento alle caratteristiche orografiche del sito, per minimizzare l’impatto in un contesto paesaggistico rilevante, per mediare tra interno ed esterno con elementi di filtro porticati.
Immediatamente successivo è la Facoltà di Ingegneria a Fuorigrotta, che infatti ne riprende l’impostazione progettuale, con l’aggiunta questa volta di corpi su strada maggiormente definiti ma non abbastanza da generare vere e proprie facciate, e di una torre il cui arretramento rispetto al filo delle strade vuole migliorarne la visione e sottolinearne così il ruolo di riferimento urbano. Il sito non è più un pezzo di paesaggio come a Pozzuoli, ma un pezzo di città. Ma la torre non è il vero cuore dell’impianto, dal momento che in posizione centrale l’ingegnere partenopeo pone la corte con giardino ribassato.
Ancor più che a Pozzuoli la geometria ortogonale è solo apparente, giacchè le leggere rotazioni presenti soprattutto in pianta mitigano la rigidità e la ripetitività dell’angolo retto.
Il razionalismo di Cosenza è sempre adattabile ai luoghi e alle circostanze dei progetti, non trascura gli aspetti psicologici e ambientali. In questo senso si avvicina alla lezione organica, come stava avvenendo nello stesso periodo nel nord Europa grazie principalmente all’opera di Aalto.
In Villa Oro (1934-1937), in collaborazione con l’architetto austriaco Bernard Rudofsky, il razionalismo è declinato con le inflessioni dialettali delle architetture delle zone di mare. I volumi qui sono chiusi,ad eccezione delle terrazze, ma ugualmente variamente articolati e giustapposti, con rotazioni che oltre ad adeguarsi alle curve del promontorio di Posillipo, aprono viste differenti sul paesaggio costiero.
Ancora rilevante è la sua attività di urbanista e di progettista di significativi insediamenti di edilizia popolare (Poggioreale, Capodichino, Barra, Luzzatti, via Consalvo, San Giovanni a Teduccio, viale Augusto). Suoi i Piani intercomunali di Torre Annunziata, Ercolano, dei Campi Flegrei, dell’Aversano, il Piano di ricostruzione dei quartieri Porto, Mercato, Pendino a Napoli e la partecipazione poi interrotta al PRG del’72.
Dal punto di vista formale il percorso progettuale di Cosenza è lineare. Dall’esordio con il Mercato Ittico del 1930, volume puro e chiuso, ancora vagamente monumentale, seppur privato di qualsiasi apparato decorativo storicistico, l’architetto napoletano rimette in discussione tutti i principi più tradizionali e radicati dell’architettura, comprendendo, assimilando e applicando in maniera via via sempre più evidente la lezione sostanziale dell’avanguardia, la rottura della scatola edilizia.
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